PIER PAOLO PASOLINI

A cinquant’anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini – Delitto imperfetto La maschera del conformismo e perbenismo che non muore.

Pier Paolo Pasolini (scrittore, regista)
Pier Paolo Pasolini (scrittore, regista)

“De mortuis nihil nisi bonum”. Dei morti non si dica se non il bene (non se ne parli che bene). Nel cinquantesimo anniversario della scomparsa di Pierpaolo Pasolini, scrittore, poeta e regista tra i massimi del novecento, siamo stati sommersi da un profluvio di piccoli saggi “ispirati”, commenti, approfondimenti tv, interviste e chiose più o meno colte ed appropriate della sua opera, tali da scoprirci improvvisamente colti da stucchevole disturbo, dalla bulimia procurata da un eccesso di patinato buonismo che Pierpaolo avrebbe probabilmente denunciato a gran voce e spietatamente, come un altro segno, tra i tanti, di inaccoglibile conformismo e
perbenismo dei tempi. Una delle molte maschere di un potere camaleontico tragico e spaventoso, che ha spesso lasciati soli i suoi figli e rappresentanti migliori (semplici cittadini, politici per bene, intellettuali, magistrati) dinanzi alle stragi, alle mafie, “all’indicibile”, all’intreccio tra poteri occulti e pulsioni eversive, tra interessi economici “coperti” e spoliazioni dei diritti e della dignità dei molti. È che si vive in un Paese, dove con ipocrisia e bon ton di facciata, si è quasi sempre culturalmente “importanti e originali” post mortem,
laddove battendosi il petto si piange troppo tardivamente l’intellettuale scomparso affliggendosi per il gran vuoto da questi lasciato. Un piagnisteo di maniera, raramente illuminato da apprezzamenti di effettivo rilievo e originale valutazione critica, con cui si riempiono i salotti, i talk show del pomeriggio, gli “speciali” radiofonici e televisivi quasi sempre posizionati in orari tardo serali o notturni.

Un segno lungo del costume nazionale che -salvo il pulito e lodevole sforzo di verità e l’onestà intellettuale di alcuni commentatori- rimanda alle sottigliezze e al doppismo intellettuale di un gesuitismo da controriforma per secoli colato nelle coscienze sino a condensarne il carattere divenendo, al fine, intimo e consolidato comportamento. Insomma, il sospetto è che ancora una volta il “potere”, un moderno fascismo oggigiorno ammantatosi di democratica investitura
populista ed aggiornata volgarità, dietro ad un tentativo di apparente valorizzazione abbia operato nei confronti di Pasolini quanto di peggio ci si poteva attendere. Uno schiacciamento che mentre ne proclama l’originalità e grandezza, tende in effetti all’omologazione e alla sua banalizzazione, invertendo significati e spessore della sua denuncia e della sua rivolta politica e morale. Né più, né meno quello che alla lunga si è tentato con altri personaggi simbolo. Penso al Che Guevara rivoluzionario popolare e universale, divenuto in epoca di smemoratezza, logo a la page ed innocuo sulle magliette griffate impreziosite da strass della buona
borghesia. Una sorta di santificazione di maniera, quella di Pasolini, che decretando l’irregolarità e l’inquietudine del personaggio, la sua non riconducibilità a caste e canoni (dell’epoca e presenti), ne fissa per sempre l’alterità esasperata. Un’alterità (stile di vita, valori, linguaggio, opere) tanto combattuta in vita, quanto oggi (solo) apparentemente assolta. Ed ecco che il gioco è fatto. “Era un genio incompreso!”.

“Era un folle e visionario”. “Era un immorale, pur tuttavia capace di dire talvolta anche verità scomode!”. La figurina da album nazionale è così bell’è pronta. Buona per le raccolte da non far vedere ai bambini (…quando sarai grande!
Adesso non puoi capire!), e su cui cimentarsi in oziosi dibattiti riuscendo dopo mezzo secolo ad agitare ancora le “buone coscienze”. La verità è che a Pasolini, -comunista eretico, cristiano irregolare e scandaloso, omosessuale di limpida naturalezza, intellettuale affilato e senza maestri e potenti a cui inchinarsi- è tuttora stato perdonato ben poco. Il suo omicidio resta “imperfetto”, a segnare le responsabilità morale e politica di un’epoca e di una classe dirigente. Per dirla parafrasando le sue parole: so chi di tutto ciò fu (ed è ancora) responsabile, anche se non posso dimostrarlo! Una morte scomoda, come lo fu la sua vita.

Forse, resta questo l’epitaffio migliore e più vero.

di Patrizio Andreoli (Comitato Centrale PCI)