Il dopo referendum

Il dopo referendum

Nel pieno del dibattito sul mini rimpasto, c’è un dato che molti fingono di non vedere: i giovani stanno pagando il prezzo più alto delle incertezze economiche, dell’aumento dei costi e delle scelte di politica estera che continuano a privilegiare l’invio di armamenti invece degli investimenti sociali. La generazione dei giovani dai 18 ai 30 anni ha espresso con il voto al NO il chiaro indirizzo da perseguire.
IL governo e larga parte delle forze parlamentari rivendicano stabilità mentre una parte crescente della società – soprattutto quella più giovane e più fragile – percepisce l’esatto contrario: precarietà, salari fermi, servizi pubblici in affanno e un clima internazionale che rischia di trascinare l’Italia in un coinvolgimento sempre più pesante.

In questo contesto, la discussione interna all’opposizione assume un valore decisivo. La formula del “campo largo”, nata come compromesso, si sta trasformando in un terreno di scontro dove la parola “progressista” viene usata per coprire differenze profonde.
Proprio su temi come la guerra, la pace, la spesa militare e la redistribuzione sociale emergono le fratture più evidenti. Una parte della sinistra – quella più radicata nei movimenti, nei territori, nelle istanze sociali – rifiuta l’idea che basti cambiare etichetta per costruire un’alternativa credibile. Per questa area, parlare di “campo progressista” mentre si accettano senza discussione le scelte atlantiste o le priorità economiche del governo significa svuotare la parola “progressismo” del suo contenuto.

È qui che la sinistra più critica alza la voce. Rivendica una linea netta: stop all’escalation militare, priorità ai diritti sociali, difesa dei servizi pubblici, politiche per il lavoro giovanile, lotta alle disuguaglianze. Non un progressismo di facciata, ma un progetto che rimetta al centro chi oggi è più esposto. È una posizione che non risparmia nemmeno le forze progressiste più moderate, accusate di inseguire il governo su troppi terreni, dalla politica estera alla gestione economica, fino alla comunicazione.

In un Paese dove la sfiducia cresce e la partecipazione cala, la sinistra che si oppone sia al governo sia alle ambiguità del “campo progressista” sostiene che senza una rottura chiara – sui temi sociali, sulla pace, sulle priorità di spesa – non ci sarà alcuna alternativa reale. E avverte che ignorare la domanda di cambiamento che arriva dai giovani significa consegnare il futuro a un equilibrio politico che non risponde più ai bisogni del Paese.

La questione ora è capire se questa spinta riuscirà a trasformarsi in una proposta politica capace di incidere, o se resterà confinata ai margini mentre il dibattito continua a girare intorno alle stesse formule e agli stessi equilibri.
Dopo aver fermato la controriforma di Nordio ora si lavori per l'attuazione piena della Costituzione.