FINE DELLA GUERRA O FASE FINALE DELL'ERA ZELENSKY?
Contributo di Alberto Fazolo (analista politico)
Non sono convinto che in Ucraina ci si trovi di fronte alla fase finale del
conflitto. Secondo me ci troviamo di fronte alla fase finale dell’era
Zelensky: un pantano in cui il conflitto in Ucraina è qualcosa di marginale
rispetto alle dinamiche globali su cui prevalentemente Trump e Putin
stanno cercando di intervenire e che vedono l’Unione Europea come un
attore passivo, se non come un attore marginale ed escluso dalla partita.
Ma andiamo con ordine. Va ricordato che Zelensky è stato eletto in
elezioni cui potevano partecipare tutti i partiti che non rappresentavano
un ostacolo al progetto che lui stesso portava avanti. Dal 2015, in Ucraina,
non hanno potuto partecipare alle elezioni due partiti che da soli avevano
la maggioranza assoluta. Poi Zelensky ha tolto altri 11 partiti dalla lista di
quelli che potevano partecipare. Quindi sostanzialmente adesso esistono
soltanto i partiti che lo sostengono. E lo sostengono ben oltre la fine del
suo mandato: adesso Zelensky sta governando un Paese senza avere alcun
mandato reale. La costituzione ucraina prevede che alla fine del mandato
il suo incarico possa essere prorogato, ma dietro un’esplicita votazione
parlamentare. Lui questa votazione non l’ha mai fatta. Cioè, Zelensky, pur
avendo cacciato dal Parlamento tutti i partiti che non lo sostengono è
talmente impopolare, anche tra i parlamentari, che in sostanza non ha il
coraggio di andare in Parlamento a farsi rinnovare il mandato, preferendo
stare in questo interregno.
Dunque qui emerge il primo grande problema: chi rappresenta l’Ucraina?
Ebbene essa è rappresentata da una cricca di affaristi i quali hanno capito
che con la guerra si possono guadagnare milioni e milioni di euro. E qui
torniamo alla storia del giro di corruzione e tangenti che è tornato a
lambire gli uffici di Zelensky. Si tratta di una classe di nuovi oligarchi che si
sta formando sul sangue del popolo ucraino. Voi capite quanto possa
essere impopolare questa gente agli occhi degli ucraini. C’è un problema
di forte scollamento. Insomma, questi qui chi rappresentano? Essi
rappresentano solo degli interessi, non rappresentano la popolazione
ucraina. La dimostrazione di ciò vi è stata con l’opportunità per gli ucraini
di manifestare qui in Italia (non certo in Ucraina dove è vietato) a
sostegno della posizione di Zelensky e di rifiuto della proposta di pace
statunitense. Si è trattato di una manifestazione indetta a Roma da
Calenda, caricata anche di significato sulla vicenda ucraina: a detta degli
organizzatori, c’erano 300 persone; ma a conti fatti e stando alle fotografie
scattate, non sembravano più di un centinaio. Questo il numero in una
città come Roma, dove ci sono 15 mila ucraini, e tenendo conto che si
trattava di una manifestazione nazionale (in Italia, già prima che
arrivassero tutti i profughi, c’erano 178 mila ucraini): ecco, di fronte a un
tale numero potenziale di persone, quelli che sostenevano la posizione di
Zelensky erano sì e no qualche centinaio. Persone che per lo più hanno
interessi diretti con l’apparato statale ucraino e che quindi, dei soldi che
arrivano a pioggia in Ucraina, qualcosa torna loro in tasca.
Qui si ribalta il paradigma: chi è che fa gli interessi del popolo ucraino e
chi lo sta opprimendo? Messa la cosa in questi termini, cambia tutto. Per
questo dico che sta finendo l’era Zelensky. Ovviamente Trump non ha
fatto uno sforzo di pace per amor di pace. Semplicemente perché, al netto
di qualche aspetto frivolo (che può essere legato alla sua ambizione di
vincere il premio Nobel), qui c’è il chiaro intento da parte di Trump di
ridefinire gli assetti globali. E la proposta di pace, quella in 28 punti,
guarda agli interessi di tutti i soggetti direttamente coinvolti: quindi c’è
qualcosa che indubbiamente va incontro agli interessi della Russia,
qualcosa che altrettanto indubbiamente va incontro a quelli dell’Ucraina.
Ma c’è anche qualcosa che va incontro agli interessi degli Stati Uniti,
almeno in due direzioni: una di natura economica, sia a favore dello stesso
Trump, in termini di denaro destinato a lui, sia in relazione alla possibilità
di contratti per la ricostruzione e l’estrazione di minerali. Ma soprattutto,
quello che più interessa a Trump è quanto è contenuto nel punto 13 della
bozza di accordo: ove, tra le altre cose, si dice che la Russia è inserita
all’interno dell’economia globale, quindi con la rimozione delle sanzioni e
soprattutto attraverso l’invito formale a rientrare nel G8.
Questo vuol dire che si propone alla Russia di sganciarsi dalla Cina, quindi
di sganciarsi dall’assetto multipolare, così come è stato definito in questi
ultimi anni, per tornare ad un assetto precedente – lo stesso che c’è stato
anche ai tempi d’oro di Berlusconi.
La partita fondamentale è qui: in questo contesto la Russia deve decidere
come agire. Al netto di tutto quello che c’è di natura tattica nel piano, vi
sono aspetti di natura strategica. Il primo è appunto quello della
definizione globale. Perché – attenzione – l’articolo suddetto non dice che
la Russia accetta di rientrare nel G8; dice che la Russia sarà invitata a
rientrare nel G8. Dove sta la differenza? Che – a detta di molti analisti,
soprattutto russi – questo di per sé non mostra un’esplicita volontà da
parte di Putin di affossare il sistema multipolare. Mentre Trump l’aveva
inteso così, Putin l’ha inteso al contrario da buon judoka: vuole sfruttare la
forza del nemico per arrivare lui a sferrare il colpo mortale. Vuole essere
invitato all’interno del G8, sapendo che gli altri 6 componenti
(sostanzialmente tutti europei più il Giappone), dopo anni di
demonizzazione della Russia, non potranno mai accettare di stare in uno
stesso organismo collegiale con la Russia medesima; e quindi ne
usciranno. Questo cosa significa? Che Putin, valutando l’opportunità di
rientrare nel G8, potrebbe in realtà affossarlo e distruggerlo: o comunque
far uscire ancora più indebolito questo vecchio carrozzone. L’aspetto a mio
giudizio più interessante è in questo punto, un passaggio delicato che la
Russia può aver inteso in maniera più raffinata e che invece gli Usa hanno
inteso in termini più rozzi e grossolani, passaggio su cui quindi potrebbero
scivolare.
La questione dell’amnistia è un altro dei punti controversi di questo
accordo di pace. Parliamo dell’art.26 che è messo in maniera tale da
coprire praticamente qualsiasi ritorsione statale su qualsiasi soggetto. Qui
c’è un grande malinteso e gli ucraini sanno benissimo come stanno le
cose. Stiamo parlando di fogli di carta che riguardano gli Stati ma che non
sono minimamente vincolanti per le persone. O meglio lo sarebbero in
virtù della legge; ma quando poi ti trovi per strada di fronte al tuo vicino
di casa che ha bruciato vivo tuo fratello o a quello che ha mandato al
fronte tuo figlio, le cose cambiano. Ecco, quando poi si torna a casa e si
spengono i riflettori della ribalta mondiale, tutti quelli che hanno
commesso crimini (i vari nazisti, i vari coscrittori militari) sanno benissimo
che la gente se ne infischia di quello che è scritto sui fogli di carta, che
quindi l’amnistia è qualcosa che riguarda solo lo Stato e che per tutti loro
non ci sarà speranza, non avranno più spazio per vivere all’interno
dell’Ucraina quale che sia l’assetto futuro. E non mi riferisco solo alle zone
russofone, perché la contrapposizione violenta ha riguardato anche le
parti più europeiste, come Leopoli ecc. C’è insomma il problema di non
scontentare nessuno.
Poi, la Russia piazza un suo paletto anche su un altro punto: là dove
chiede di vietare l’ideologia e l’attività dei gruppi nazisti. Questo ha una
doppia funzione: da un lato, permette alla Russia di dire che ha ottenuto
l’obiettivo principale dell’operazione militare speciale, quello della
denazificazione (essendo messo su carta che i nazisti verranno cacciati).
Ma ancora di più serve a mettere il sale sulla coda a Zelensky e ai suoi;
perché questi sanno benissimo che se scaricano adesso i nazisti, con
qualsiasi documento che vietasse la loro attività, si troverebbero fucilati il
giorno dopo. E’ un modo come un altro per rilanciare la palla nel campo
avversario. Insomma, è utile capire bene le dinamiche interne all’Ucraina;
ed anche se la trattativa avviene tra Stati Uniti e Russia, bisogna stare
attenti a quello che succede sul territorio e a come questi due Paesi
sfruttano le dinamiche interne ad esso.
Ma venendo agli aspetti più propriamente militari (e quindi alla vittoria
russa, che l’Ue continua ostinatamente a negare), si persevera in
interpretazioni grossolane. Innanzitutto, la stampa e gli opinion makers
nostrani hanno introiettato e assorbito la stessa propaganda che
dovevano solo veicolare: hanno iniziato a credere alle fandonie che era
stato detto loro di raccontare. C’è un aspetto che è puramente
psicologico: non si vuole mai accettare la sconfitta; si cerca di cascare in
piedi in qualche modo.
Ma non è con una cura omeopatica, quindi con più guerra che si vincerà
questa guerra. Questa è pura propaganda, pura autoillusione; e da essa
discende l’errore di scadere nel tecnicismo, di pensare che la guerra sia
una questione puramente tecnica, che con un intervento tecnico si possa
vincere. Non è assolutamente così. Si possono riversare sul conflitto
ucraino tutte le armi che si vuole, tutte le migliori tecnologie del mondo,
ma poi chi fa la differenza sono i soldati sul campo. Io conosco bene le
forze armate ucraine ed ho anche da fare qualche rimostranza nei loro
confronti; tuttavia non posso negare che molti reparti stanno
combattendo con audacia e ardimento.
E stanno conducendo la guerra in una maniera che, per l’Occidente, è
semplicemente impensabile. In una sacca come quella di Kupjans’k o di
altre analoghe, gli ucraini sono lì a combattere. Penso che nessun soldato
di un esercito europeo sarebbe disposto a qualcosa del genere, ad andarsi
a ficcare in calderoni da cui di norma si esce in posizione orizzontale.
Quindi il problema è che noi possiamo continuare a dare armi all’Ucraina,
anche armi ad alto contenuto tecnologico: parliamo di missili, droni e
quant’altro che vengono formalmente utilizzati dagli ucraini ma che in
realtà, dopo che sono lanciati dal territorio ucraino, è il personale Nato a
controllarli da remoto, a migliaia di km di distanza.
Tutto bene, però per fare una guerra servono i soldati; e non ci sarà mai
un soldato della Nato disposto a fare quello che in questo momento
stanno facendo i soldati ucraini. Il punto è che gli ucraini stanno perdendo
uomini e adesso - visto anche che l’accordo di pace prevede per l’esercito
ucraino un numero massimo di 600 mila soldati - si parla molto di quale
possa essere il numero fisiologico di soldati ucraini. Prima dell’invasione
su larga scala, quindi prima del 2022, con un Paese in guerra contro la
repubblica del Donbass, l’esercito ucraino era di 250 mila unità; nel
culmine della guerra degli ultimi anni si era arrivati a un milione e 200
mila. Adesso sono circa 800 mila, quindi all’appello mancano 400 mila
uomini. Numeri ufficialmente sempre negati, perché tra morti e feriti gli
occidentali hanno sempre dichiarato che gli ucraini avevano perso non più
di 50 mila persone, in sostanza un decimo di quelle che sono le perdite
reali.
Ma detto questo, il fatto è che non c’è possibilità per l’Ucraina di andare
avanti così: sta infatti perdendo troppi uomini e quelli che perde
andrebbero sostituiti. Gli europei sono disposti a dare armi, ma non a fare
i combattimenti di terra, di fanteria, come li sta facendo l’Ucraina. Quindi
non c’è possibilità di poter sostituire le perdite. A ciò si aggiunga il fatto
che gli occidentali non hanno ancora capito come sta combattendo la
Russia; essi pensano che l’Ucraina ha fermato la Russia su una linea di
contatto e che quindi la stanno ostacolando nella sua avanzata. In realtà la
Russia non ha poi tutto questo interesse ad avanzare: si mantiene
fortificata sulla linea di un fronte di circa 1.200 km e gli ucraini vanno
all’assalto di queste fortificazioni facendosi massacrare. I russi
mantengono una posizione di difesa, stando così in una fase di vantaggio
tattico: non hanno alcun interesse a cambiare la posizione sul campo.
Anche perché l’obiettivo finale della Russia non è fare una grande
cavalcata fino a Kiev, ma liberare alcune regioni. Regioni sarebbero poi
ricostruite dai russi: per fare un esempio Mariupol, una delle prime città
liberate, è stata quasi completamente ricostruita ed oggi è rifiorita. Quindi
meno distruzioni fanno, meno sofferenze causano e meno poi dovranno
ricostruire. I russi dicono: distruggiamo tutto lungo la linea di contatto, ma
il resto del Paese lo teniamo sano; continueremo così, fino a quando non
ci sarà un collasso definitivo, una sorta di 8 settembre delle truppe
ucraine. Ecco, secondo me la Russia pensa che questo obiettivo non è così
lontano: i tatticismi diplomatici come i finti accordi di pace possono
aiutare a prendere tempo per arrivare all’obiettivo.
A proposito del collasso dell’esercito ucraino: come detto, è impensabile
che si possa andare avanti in questa maniera, così non ci sono prospettive.
Semplicemente, gli ucraini non possono sostenere questa situazione. Lo
dimostrano anche gli arruolamenti forzati: ormai sono non la norma ma
l’esclusività. Nei centri di arruolamento nessuno va spontaneamente,
nessuno aspetta la cartolina a casa per precipitarsi nei centri appena gli
arriva. Gli arruolamenti sono solamente forzati. E qui faccio una piccola
chiosa. Visto che tra i 28 punti erano previste anche le elezioni entro 100
giorni dalla firma dell’accordo e visto che Zelensky non avrebbe mai
potuto vincerle, ciò significa che sarebbe tornato ad essere un cittadino
normale. E allora mi sarebbe piaciuto vedere se si sarebbe arruolato, visto
che in Ucraina c’è l’obbligo militare per tutti i cittadini maschi fino a 60
anni: quindi anche lui come gli altri avrebbe dovuto servire la patria al
fronte. Ovviamente tutto questo non succederà mai, perché Zelensky è
Zelensky e gode di privilegi come tutti gli altri oligarchi che infestano il
Paese.
In Ucraina c’è un “mondo di sopra” e “un mondo di sotto”: da una parte il
popolo che va a fare da carne da cannone e dall’altra gli oligarchi e i loro
sodali che si arricchiscono e non danno alcun contributo allo sforzo
bellico. Questa è la principale ragione dell’insostenibilità della situazione
per gli ucraini: essa sta nel fatto che si possa dire “ma per cosa devo
morire? Per far arricchire qualcuno? Per confermare intollerabili
disuguaglianze nel mio Paese?” E’ questo che getta nello sconforto la
popolazione ucraina, i ragazzi al fronte come chi sta a casa. Anche perché
adesso non è più come nella prima o nella seconda guerra mondiale,
quando di chi partiva per il fronte non si sapeva più nulla fino a guerra
finita, tolte quelle poche lettere che potevano viaggiare. Ora tanti soldati
possono portare con sé i telefonini, possono raccontare in prima persona
cosa succede e possono ricevere notizie di quello che succede a casa
(dove magari c’è chi si gode la bella vita nei quartieri bene delle città,
spendendo i soldi che riesce a farsi con la guerra). E, al di là delle vicende
militari, questo è l’aspetto più insopportabile.
La presenza della corruzione è poi una questione bruttissima: anche
perché un filone secondario riguarda le forniture militari, cioè il fatto che
si sia fatta la cresta su giubbotti militari prevalentemente antiproiettile, ne
siano stati presi alcuni di qualità inferiore millantando che fossero di
qualità adeguata. Ci sono ragazzi che sono materialmente morti a seguito
di queste tangenti e la gente vuole che tutto ciò finisca.
Tornando all’amnistia e ai reduci, si tratta di un tema che riguarda tutte le
guerre. Sono stato in Donbass, a fianco di persone che si erano fatte già
tre guerre, qualcuno anche la quarta. C’è l’incapacità per alcuni soggetti di
reinserirsi nella società dopo un conflitto; per loro l’unica dimensione
sostenibile è quella della guerra. Finché ci sono guerre, quelli restano lì a
farle; quando le guerre finiscono si inventano qualcosa di diverso:
qualcuno finisce in gruppi criminali, qualcun altro semplicemente sbanda,
finendo preda dell’alcool, di droghe o di altri percorsi autolesionistici.
Come succede da sempre in tutte le guerre, qualcuno si mette a
disposizione di governi che conducono guerre non convenzionali: e qui
troviamo un terreno su cui possono fiorire gruppi paramilitari, società di
mercenari ecc. Finché c’è un interesse ad utilizzarli e c’è una funzione
precisa entro cui tenerli, possono risultare innocui per lo Stato. Quando
invece la funzione viene meno, la cosa può torcersi contro e muovere su
dinamiche completamente inaspettate: così questi possono fare la guerra
oltre le linee, il cosiddetto stay behind, termine che qui in Italia abbiamo
sentito con l’operazione Gladio dove gli ex repubblichini fascisti avevano
un ruolo in una rete eversiva che doveva attivarsi in caso di bisogno nel
Paese. O addirittura fare azioni di sabotaggio: qui in Italia ci sono state,
anche se non tante come in altri Paesi. Ad esempio in Ucraina o nelle
repubbliche baltiche per decenni, dopo la fine del conflitto, è continuata
una guerriglia fatta da soggetti che non volevano deporre le armi
(ovviamente l’Unione Sovietica non aveva interesse a parlare di questa
cosa). Ma ci potrebbe anche essere la possibilità che questi gruppi, magari
insofferenti rispetto ad un tradimento dell’Occidente, rivolgano le proprie
azioni contro gli interessi dell’Occidente stesso. Quindi non si può
escludere che questi soggetti vengano a fare azioni terroristiche in
Occidente, cosa che sarebbe certo grottesca essendo questi pagati con
strumenti ed armi fornite da noi.
I protagonisti delle campagne di sostegno all’Ucraina sono per lo più degli
scappati di casa, soggetti senza arte né parte, che sono stati miracolati
dalla politica e che si sono prestati a questo gioco al massacro, svolgendo
la funzione di megafono del potere. Essi sanno benissimo che se finisce
questo giochetto - la guerra in Ucraina, così come la vedono loro – restano
sostanzialmente disoccupati. Quindi, molto meglio continuare a spremere
i contribuenti europei e sedere in posti di prestigio. Ricevere insomma i
benefici di questa attività.
Poi, attenzione: abbiamo parlato della corruzione in Ucraina, ma la cosa
non si ferma lì. E’ da anni che mandiamo roba di ogni genere per il valore
di svariati miliardi: ebbene, chi controlla tutto ciò? Pensate che nessuno al
momento giusto abbia chiuso un occhio? Mi sembra improbabile che non
vi sia stata anche una corruzione – diciamo così – di ritorno. C’è da
considerare che la guerra rappresenta anche sul nostro versante
un’opportunità per fare soldi: ci sono apparati industriali che su questo si
stanno arricchendo a dismisura. Il primo a cui pensare è quello della
produzione bellica: ovviamente per chi fabbrica armi sono momenti d’oro.
Quando sui media è comparsa la proposta di pace in 28 punti alcune
aziende produttrici di armi hanno perso il 5% in borsa. Ma questa è una
faccenda marginale.
Ci sono molti altri che stanno facendo soldi su questa vicenda:
banalmente, chi lavora nella ricostruzione. Io tengo sempre a ricordare
che nel programma di ricostruzione dell’Ucraina c’è stata una spartizione
tra i vari Paesi dell’Occidente collettivo degli oblast (regioni, n.d.t.) ucraini
da andare a ricostruire. L’Italia si è impuntata, si è messa di traverso su
tutto facendo sentire (forse per la prima volta) la sua voce a livello
internazionale al fine di farsi assegnare l’oblast di Donetsk: cioè quello
che, in virtù di un referendum e comunque sulla base di uno stato di fatto,
fa parte della Russia e non tornerà più ad esser parte dell’Ucraina. L’Italia
voleva essere sicura che i soldi stanziati per la ricostruzione in Ucraina non
sarebbero mai andati in Ucraina. Ma allora dove stanno finendo questi
soldi?
In
studi di fattibilità, in precontratti e quant’altro.
Un po’ come per le dinamiche che stanno sviluppandosi attorno alla
vicenda del ponte di Messina, dove non è stato ancora fatto nulla di
significativo, però sono decenni che tra aziende di costruzione, studi di
ingegneria ecc. ci sono persone che si arricchiscono nella prospettiva di
questo ponte. La dinamica è esattamente la stessa: ci sono gruppi di
potere che hanno in questo ambito un loro interesse e quindi hanno
anche interesse ad alimentare il fenomeno della corruzione, che in
qualche modo crea le condizioni per continuare ad arricchirsi.
In definitiva, oltre al dramma di morti e feriti, con la guerra prospera
anche lo sperpero di denaro pubblico (dei contribuenti) e, connesso a
questo, il malaffare. Una ragione in più per porvi fine.